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Attività, convegni, rassegne, mostre
La questione meridionale resta tuttora irrisolta, anzi direi viva e vegeta nello scenario nazionale ed europeo, nonostante l’esistenza  formale di una delega del Presidente del Consiglio ad un ministro per il Sud, supportata a sufficienza da negligenze e incompetenze, diffuse sia in ambito di governo centrale, che a livello di autonomie locali.
Va ricordato che dell’annosa, ormai storica questione si occupò, il I Giugno 2011, l’ASSTRAI, associazione (da me presieduta) di protezione ambientale da cui sarebbe nato, di lì a poco, il Consorzio Sviluppo sostenibile Valle dell’Ofanto, in un convegno di studi che, svolgendosi a Melfi, s’incentrava sul pensiero e sull’attività politica delle due eminenti personalità lucane e “ofantine”, entrambe originarie del Vulture: Francesco S. Nitti e Giustino Fortunato. Purtroppo, il “Premio di rappresentanza” consegnatomi dal Presidente Napolitano e conferito al Governatore  pro tempore della Basilicata, De Filippo, a nulla serviva come richiamo e sprone ad una maggiore e più qualificata attenzione verso una governance territoriale, identitaria e finalmente sostenibile sotto il profilo ambientale, come proposta centrale della mission statutaria del nostro consorzio, presieduto dal sottoscritto ed ora dotato di un Comitato tecnico scientifico di grande spessore (presidente il prof. Antonio Troisi e componenti di rango accademico come il Rettore di Roma “Foro Italico”, prof. Fabio Pigozzi).
Il tema odierno del c. d. regionalismo differenziato, saggiamente proposto dall’Accademia, colpisce con efficace ironia e contemporaneamente due bersagli, apparentemente marginali e solo in parte superati (ad es. nel Salento e Valle d’Itria): “sindacalismo territoriale e meridionalismo piagnone”.   
Come pugliese di Cerignola, patria di Pavoncelli, Di Vittorio e Tatarella (ma anche della famiglia del Presidente pro tempore )  e dirigente di ruolo dell’apparato di Governo esattamente da 32 anni, dopo esser stato Referente presso il CIPE ho avuto modo di curare e stendere il protocollo d’intesa per l’Area di Manfredonia nel luglio ’94, non che di monitorare istituzionalmente l’attività del Comitato per l’occupazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quant’è utile e formativo per un giurista, tecnico-legislativo ed esperto di comunicazione pubblica, al servizio del Governo giovarsi di tali, complesse e concrete esperienze a carattere economico e produttivo, di alto profilo istituzionale! Giova  anche sottolineare l’importanza della figura del “responsabile unico”, prevista dalla legislazione di settore in tema di contratti d’area e che sarebbe il caso di riutilizzare nel processo relativo allo “sblocca-cantieri”. Altro aspetto da non sottovalutare è il divario spesso emergente tra le distinte sfere di governo e tra la P.A. centrale e periferica, la qual cosa finisce per danneggiare ulteriormente la crescita ed il “recupero” delle regioni del sud.
Attualmente l’esperienza di otto anni a capo del Consorzio “Pro Ofanto”, che è caratterizzata da un orizzonte geopolitico ampio, esteso a tre regioni, quattro province e decine di comuni (città, cittadine e borghi), mi consente di avere un quadro eterogeneo e completo del territorio e in particolar modo di quello che è l’approccio dei soggetti istituzionali, pubblici, privati e para-pubblici, chiamati ad essere attori di una possibile, positiva politica del territorio, che è spesso carente e inadeguata ai tempi correnti. Tant’è che non posso che concordare con il titolo riferito al “sindacalismo territoriale” che definirei anche “campanilismo”, sciocco e improduttivo, con scarsa/nessuna cura del proprio “orticello” ed inqualificabile invidia per quello del comune limitrofo, piuttosto che avere a cuore e condividere un progetto di valorizzazione del “local” in un ambito più vasto (la valle) e quindi “global”.
Inoltre è vero che abbiamo ancora a che fare con un meridionalismo “piagnone”, in cui i sindaci o presidenti di provincia o dei G.A.L. (gruppi di azione locale) fanno a gara per lamentarsi delle esigue risorse finanziarie stanziate nel
  
bilancio statale, rinunciando aprioristicamente a stabilire validi rapporti di collaborazione e partenariato, preferendo  così l’uovo di oggi alla gallina di domani…;  forti, paradossalmente, di quella rassegnazione sociale, arcaica e anacronistica, che li rende avulsi da qualsiasi progetto di sviluppo  turistico-culturale e di protezione ambientale, in grado di valorizzare il genius loci ed il patrimonio storico del proprio territorio.
Nel vivo del regionalismo differenziato o “a geometria variabile”, che ebbe l’incipit costituzionale grazie alla Riforma Calderoli del 2009, si nota come esso si ispira ad un modello di federalismo fiscale che si fonda sul principio dell’equità “orizzontale”. Ma è d’uopo ricordare che la nostra fonte di diritto fondamentale fissa canoni e regole propri di uno Stato di diritto, unitario che può assumere la forma federale, ma non confederale. E gli aspetti più critici a tal riguardo sono, a mio avviso: a) la divisione delle funzioni statali da quelle regionali, b) la coerenza normativa di cui all’art. 116 Cost.  e le modalità del federalismo fiscale, ex art. 119 Cost.                                                   
L’ipotesi di modifica afferente al primo punto tenderà ad introdurre particolari condizioni e formalità di una maggiore autonomia organizzativa, riferita ad un cospicuo elenco di materie “concorrenti” tra Stato e Regioni (in primo luogo la Salute) e talune materie di “legislazione esclusiva”, sottratta al governo statale (istruzione). E’ bene ribadire che la discussione di merito sui differenti profili che investono i gangli consolidati, fin dall’epoca cavouriana, sia del potere legislativo, sia di quello governativo, dovrà essere adeguatamente approfondita in sede parlamentare al fine di meglio determinare gli ambiti e le sfere di competenza con la necessaria flessibilità e snellezza nella fase della ripartizione medesima.
Sotto il secondo aspetto, appare ancor più essenziale un dibattito ed un esame dettagliato ed equilibrato in merito alle specifiche condizioni che regoleranno l’autonomia regionale “rafforzata”, con particolare riguardo alle modalità di finanziamento del federalismo fiscale e nondimeno all’effettiva erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali ai cittadini. In buona sostanza, il Parlamento italiano, organo sovrano, deputato all’approvazione delle riforme che incidono sulla Costituzione, dovrà assolutamente prestare attenzione al richiamo di carattere costituzionale alle esigenze “solidaristiche”, specialmente in un’epoca come quella attuale in cui constatiamo che il funzionamento del “wellfeare state” non è più oggetto di interesse del dibattito politico, né dell’opinione pubblica attraverso i “media” ed i “social”.  Di conseguenza, il legislatore non si potrà astenere dal principio per cui le Regioni a Statuto differenziato dovranno osservare i propri doveri di sostegno solidale al sistema redistributivo nazionale.
Tornando, infine, alla realtà politica odierna, intendiamo cogliere con una certa speranza la riaffermazione del Vicepremier Dimaio, secondo il quale: “la  priorità è il Mezzogiorno”. Tuttavia corre l’obbligo di annotare che per i “Patti per il sud” – come reso noto da SVIMEZ di recente – sono state autorizzati pagamenti sulle risorse programmate (Fondo sviluppo Coesione 2014/20) soltanto per l’1,5%; mentre resta una chimera la dotazione infrastrutturale del trasporto ferroviario dell’alta velocità anche per le regioni meridionali, ove oltre 600 opere sono incompiute, per un totale di 11 mld. di euro e una media di un’opera incompiuta ogni 13 chilometri!
In conclusione, considerata tanto la rilevanza istituzionale dell’accademia promotrice dell’incontro, quanto l’importanza degli argomenti che saranno trattati, possiamo dirci fiduciosi che il sistema culturale del Mezzogiorno d’Italia saprà, ancora una volta, vigilare, proporre e raccomandarsi con sagacia e sapienza all’attuale classe dirigente della nazione, affinchè la spinta riformatrice per un regionalismo a “due velocità”, estesasi anche alle regioni “meno nordiste”, proveniente dalle aree più progredite, non finisca per diventare in realtà una sorta di “boomerang” per le regioni meno evolute.
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